Intervista – Stella Nova

Risultati immagini per rivista stella nova

Una laurea triennale conseguita all’Università Roma3, poi la specialistica a Torino e un dottorato a Genova, tutto in Scienze Politiche. Questo è il curriculum accademico di Adriano Gianturco Giulisano, catanese di 31 anni, professore all’Ibmec, Instituto Brasileiro de Mercado de Capitais, di Belo Horizonte. Non che in Italia se la passasse troppo male. Adriano è un ragazzo che si dà da fare e dopo qualche lavoretto da studente (“Il primo lavoro non si scorda mai: pizze a domicilio!”), ancora universitario riesce ad avere uno stage al quotidiano di Torino La Stampa.

Come hai avuto lo stage in un quotidiano così prestigioso?

Nessuno rispondeva alle mie email e allora sono andato alla sede del giornale e ho detto al portiere che volevo lavorare lì e che non me ne sarei andato, prima di parlare con qualcuno. Deve avermi preso per pazzo! Però sono riuscito ad avere un appuntamento per il giorno dopo con il responsabile delle risorse umane.

E com’è andato il colloquio?

Quando ho spiegato che volevo scrivere di economia, cosa insolita per un ragazzo di 21 anni, mi hanno fatto parlare con il responsabile del settore, Marco Zatterin. Una persona fantastica che mi ha preso per uno stage di 6 mesi.

Era uno stage retribuito?

Mi davano i buoni pasto da usare alla mensa interna.

E dopo quei sei mesi?

Ritornare alla vita da studente è stata una botta psicologica incredibile.

Volevi fare il giornalista?

All’inizio sì. Infatti ho collaborato anche con altri giornali e con siti online. Però non volevo fare il cronista, volevo scrivere analisi economiche, e non è che ci sia moltissimo spazio, soprattutto per un outsider con idee poco ortodosse. Durante la specialistica a Torino, ho lavorato come addetto stampa per l’Istituto Bruno Leoni.

Il tempio del liberismo economico! Com’è andata?

Si trattava di un ruolo nuovo, tutto da sperimentare. L’ambiente era bello e stimolante, però nel complesso non è andata bene e non c’era realmente modo di crescere professionalmente. Per questo mi sono sempre più spostato verso il mondo accademico.

Facendo il dottorato?

Sì. Ho mandato 7 candidature per dottorato e ho vinto un posto con borsa a Genova. Mentre lo frequentavo, ho iniziato a collaborare con il professore De Mucci alla Luiss di Roma. Quindi, soprattutto verso la fine del corso, stavo sempre più nella capitale. C’era un bel gruppo, facevamo ricerca, stavo bene.

Finché?

Finché non ho incontrato una ragazza brasiliana che era in viaggio nel nostro Paese. Improvvisamente la scala dei valori del freddo studioso è cambiata. Alla Luiss stavo bene, il lavoro mi piaceva, ma ho capito che non mi sarebbe bastato per essere felice. Luciana, che ora è mia moglie, sarebbe tornata in Brasile, e 3 giorni dopo averla conosciuta ho deciso di seguirla a Belo Horizonte, una città di cui a malapena avevo sentito parlare.

Un vero colpo di fulmine! Come mai sei stato tu a seguire lei e non Luciana a rimanere in Italia?

Intanto per la diversa situazione macro economica dei due Paesi. Poi perché pensavo che io avrei avuto meno difficoltà a trovare lavoro in Brasile, rispetto a lei – che è giurista – in Italia. E infine perché io ero il più convinto fra i due. Non so se in quel momento lei avrebbe lasciato tutto per seguirmi.

Molto innamorato e anche molto coraggioso.

In effetti è stato un salto nel buio totale. Non parlavo portoghese, non avevo nessun contatto e stavo finendo di scrivere la tesi per il dottorato. Andare via è difficile, perché hai sempre qualcosa da perdere. Scegli di ripartire da zero e non sai se riuscirai davvero a superare il livello precedente.

È stato difficile trovare lavoro?

Per i primi sei mesi ho solo studiato il portoghese e cercato lavoro. Portavo personalmente i curricula alle università e cercavo sempre di parlare con i responsabili. Sinceramente pensavo che sarebbe stato difficile continuare a lavorare in ambito universitario, credevo che anche in Brasile vigessero le logiche baronali che ci sono in Italia. In effetti è così nelle Università pubbliche, ma qui quelle private sono molto diffuse: solo nella mia città ce ne sono 32. Praticamente ho iniziato 4 mesi dopo la fine del mio dottorato. Ho iniziato in una piccola università (più economica per gli studenti) ed oggi insegno Scienze politiche in una prestigiosa business school brasiliana.

È diverso fare il professore in Brasile?

Sì. Qui i ragazzi entrano tutti i semestri, quindi il professore ha sempre due classi sfalsate, oltre ad avere più materie di insegnamento. Lavorando in una teaching university, devo ritagliarmi il tempo per la ricerca. Gli esami sono di più, qui c’è anche quello di mid-term e, essendo una università molto cara, bisogna dare molta attenzione allo studente.

Perché è una università per ricchi?

Sì. Per noi italiani è difficile capire quanto siano grandi qui le disuguaglianze sociali. In Brasile chi nasce svantaggiato non ha grandi possibilità: le scuole private – che costano molto – sono a livello europeo, quelle pubbliche a livello africano. Ma poi anche per avere accesso alle università pubbliche, devi aver frequentato una scuola privata, quindi se nasci povero non hai davvero speranze.

Detto questo, però, il mio ambiente di lavoro è ottimo e lo stipendio è buono.

Com’è essere stranieri in Brasile?

Non è facile, anche perché sono veramente lontano e solo il biglietto per tornare a casa costa quanto un mese di stipendio. Poi, almeno a Belo Horizonte, ci sono pochi stranieri, sono molto chiusi e non sanno davvero cosa accade al di fuori del loro Paese. Pensa che il Brasile importa solo il 12,6 % del suo Pil, il che vuol dire che è impossibile trovare prodotti o persino giornali italiani. E poi, comunque, il loro punto di riferimento sono gli Stati Uniti. Ecco, il Brasile è allo stesso tempo Stati Uniti e Africa, senza l’Europa in mezzo. Manca la classe media con la sua sobrietà: hai una fascia sociale molto ricca e anche un po’ pacchiana – stile Miami – e un livello di povertà che per noi è inimmaginabile. I centri storici delle città sono pieni di questi diseredati drogati di crack, che si aggirano come zombie, senza nessuna prospettiva.

E il governo non fa niente per aiutarli?

Adotta una politica assistenzialista che non dà alcun risultato. Recentemente, per esempio, è stato vietato il lavoro di venditore ambulante, che era quello che molta gente povera faceva. Così ora queste persone sono completamente tagliate fuori da qualsiasi attività produttiva che possa dare una speranza di cambiamento. In cambio ricevono sussidi che li condannano a restare nella loro situazione.

Cosa ti manca dell’Italia?

Mi manca soprattutto la qualità, in ogni settore. Questo è piuttosto il Paese della quantità. In Brasile è quasi impossibile trovare prodotti italiani. Non a caso è definita la società della Fortezza. Qui non trovo niente della mia cultura, niente che rispecchi i miei gusti da classe media europea: non il cibo, non i locali. Mi manca anche poter camminare tranquillamente in città, fare shopping all’aperto. Un sociologo parlando del Brasile ha detto che qui dalla porta di casa verso l’interno va tutto bene, dalla stessa porta verso l’esterno tutto male. È davvero così.

Tornerai nel nostro Paese?

No. Prima di tutto perché ora non decido solo per me stesso. Per mia moglie sarebbe molto difficile trovare lavoro in Italia, mentre quella del professore è una professione che si può svolgere ovunque. E poi a me, nel micro, va bene: ho fatto carriera, ho un bel lavoro, sto bene.

Come vedi l’Italia da fuori?

Il giudizio dipende sempre molto dal Paese in cui si va a vivere. Io stando qui mi sono reso conto di quante cose che noi diamo per scontate siano in realtà un lusso da primo mondo. In Italia il problema è la politica, perché la società è ancora abbastanza sana, la qualità della vita è ancora alta. Il grande problema sociale in questo momento sono i giovani, il nostro Paese è molto ingiusto con loro.

                                                                                                            Intervista di Barbara Mennitti