Le schede bianche vanno considerate un “non voto”o un “voto no”?

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Chi e come decide quali istanze degli aventi diritto al voto possano/debbano essere “rappresentate” dal sistema elettorale? Le schede bianche non sono un chiaro segnale inviato all’elites politica? Non potrebbero/dovrebbero quindi essere prese in considerazione?

Si è fatto un gran parlare di astensionismo, comprimendo nella stesso termine fenomeni diversi quali le schede bianche, le schede nulle e l’astensionismo vero e proprio. E come per le migliori delle profezie autoadempientesi, molte persone hanno optato per questa scelta elettorale. Si è arrivati al 45,81% di astensionismo, e un totale tra nulle e bianche che va dal 2,41 al 7,16 (questi dati non sono ancora definitivi): ben 16 milioni di persone. Eppure chi ne tratta ha di solito una visione negativizzante della cosa: si paventa la “diserzione” delle urne, l’”apatia”, la “disaffezione”, il “distacco” e l’”andare verso il privato”, più che un “ritornare verso il privato”. Si presuppone la naturalezza del voto e l’homo electoralis.

Vi sono varie sfaccettature: l’errore non intenzionale, che è presente in una parte dei voti nulli e (forse) anche in una minima parte dei voti bianchi; vi è l’intenzionalità di chi invalida la scheda o la consegna bianca o non la ritira (cosa frequente alle provinciali); c’è il disinteresse per fatti non avvertiti vicini e stringenti, e c’è anche la protesta. Per com’è l’ordinamento legislativo di oggi, è quasi impossibile distinguere tra questi diversi aspetti.

La politica si fonda sul monopolio legislativo della forza e tenta di legittimarsi con il consenso. E allora, oltre la domanda di partenza, il punto è: quanto può/deve essere ampia questa base consensuale? I partiti, le liste, i politici si candidano alle elezioni e ad alcuni di noi viene data la possibilità di scegliere tra i piatti del menù. Ma è possibile chiedere una variazione sul tema? Una modifica? Segnalare un eventuale disaccordo? Il nostro voto è considerato valido dal sistema solo quando avalla l’offerta? Chi invalida la scheda intenzionalmente, i “bianchisti” e chi si astiene, lo fa per motivi leggermente diversi tra loro, ma di sicuro non si può far finta che sia una espressione di consenso o non tenerli in minima considerazione.

Si parla erroneamente (e involontariamente?) di “area del non voto”, di “astensionismo attivo” e di “voto inespresso”. I bianchisti invece si esprimono eccome, non si astengono affatto e non danno vita a un “non voto” ma ad un “voto no”. Nel “Saggio sulla lucidità” di Saramago i politici danno coerentemente la caccia ai bianchisti, da noi finanziano pubblicamente pubblicità contro l’astensionismo (per es. per le ultime europee), in favore del voto a loro favore.

Le schede bianche, una parte dell’astensionismo e delle schede nulle esprimono quindi protesta, o comunque non-consenso, col probabile desiderio di un cambio, di qualcosa di diverso. Ma come sollevare questa istanza? Come rilevarla e pesarla davvero? Se un leader politico volesse rappresentare questa fetta di elettorato, persuaderla o comunque farci riferimento, come potrebbe fare? Non sarebbe forse un bene che anche le voci più “dissonanti” possano farsi sentire e abbiano uno spazio?

Una possibile soluzione sarebbe allora assegnare seggi vuoti in corrispondenza delle schede bianche. Più precisamente prevedere un’apposita casella “seggi vuoti”, per minimizzare il rischio brogli. In questo modo la parte di aventi diritto che si astiene e invalida le schede per “protesta”, avrebbe un forte incentivo a votare questa nuova opzione e contemporaneamente gli astenuti per “disinteresse” avrebbero allora l’incentivo di evitare questa possibilità. Ma soprattutto si creerebbe un bacino di potenziali nuovi elettori, si convoglierebbero le loro istanze e i delegati politici avrebbero “un dover essere” in più per rappresentarli.

di Adriano Gianturco Gulisano