L’Ocse lancia l’allarme sul Pil ma propone una ricetta che non funziona

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Nel 2009 il Pil dell’Italia avrà una flessione del 4,3%, la disoccupazione salirà al 9,2% mentre nel 2010 passerà al 10,7%. Anche il deficit salirà al 4,7% mentre nel 2010 passerà al 5,9% e il rapporto debito pubblico/Pil salirà al 127,2%. Uno scenario disastroso.  È l’Ocse a fornire i dati e ne indica anche le cause: diminuzione degli investimenti, riduzione dell’export e calo dei consumi. La stessa organizzazione internazionale accenna la possibile strada da imboccare per invertire la rotta: sostenere la domanda.

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Una proposta però inutile e controproducente. È la solita minestra keynesiana dell’economia della domanda. Offerta e domanda certo si influenzano a vicenda, ma in realtà nella filiera è la produzione di beni (e il tentativo di piazzarli nel mercato) che precede l’acquisto. È l’offerta che crea la domanda: si risparmia, si investe, si crea lavoro, dando così potere d’acquisto agli impiegati, che poi quindi avranno con cosa generare domanda.

Quindi, cosa si dovrebbe fare? Le esportazioni dipendono da tre fattori. Dalla disponibilità (e possibilità) a pagare dei mercati esteri: una variabile non gestibile da noi. Dal prezzo del bene che nel nostro caso è condizionato dall’alto costo del lavoro italiano: una variabile politicamente bloccata. Dalla “qualità” del bene, su cui è difficile immaginare un miglioramento visto che gli investimenti non aumentano. Ma sono proprio questi il fulcro della soluzione.

Per rilanciare gli investimenti esistono due opinioni: crearli o liberarli. Antonio Martino in un recente articolo per l’istituto Bruno Leoni  ha chiarito benissimo come lo stato non possa creare niente. Prendendo 100 dai contribuenti, questi avranno 100 in meno da spendere: l’effetto è nullo. “Se poi le spese pubbliche sono meno produttive di quelle private che hanno reso impossibili, l’effetto netto sul reddito reale sarà negativo”. A questo si aggiunge, in ogni caso, il costo del filtro burocratico. Gli investimenti possono dunque solo essere liberati. Questo inoltre dimostra che anche volendo spingere il consumo, il modo migliore non è dare più soldi ai potenziali clienti ma lasciargli in tasca.

In un mondo a risorse limitate, dove dare più carta moneta a tutti non rende più ricco nessuno, la cosa più utile è ridurre il prelievo fiscale. Questo non ridà solo più libertà agli individui e rilancia l’economia, ma fa anche aumentare le entrate dello stato. Come dimostra la Curva di Laffer e l’esperienza di Reagan, esiste un punto fino al quale si possono abbassare le aliquote e le entrate aumentano (evadere un fisco poco esoso è poco conveniente). Stato e individuo ci guadagnano entrambi.

Più libertà dal fisco significa anche più attrattiva per gli investimenti, non solo interni ma anche esteri. Dal 1990 al 2007 l’investimento diretto estero (Ide) è cresciuto in tutta Europa, tranne in Italia, dove nel 2008 è sceso del 94,3% e dove le previsioni per il futuro sono stagnanti.

Certo la tirannia fiscale del nostro Paese non è l’unico aspetto che scoraggia le imprese. Pesano anche burocrazia, costo del lavoro, complessità delle norme, tempi della giustizia e repentini cambi di strategia di politica economica (vedi il caso Autostrade-Abertis e la golden share). Quasi tutti questi sono aspetti laboriosi che per motivi politici difficilmente cambieranno nel breve termine. Le tasse però possono essere ridotte anche subito (proprio perché farebbe aumentare anche l’utilità dei politici).

A questo proposito, osare con una visione di Carlo Lottieri e Piercamillo Falasca che, in un utile libro sul federalismo fiscale, propongono una “no-tax area” per il Meridione d’Italia. Tagliando Irap e Ires, lo stato perderebbe solo 7,5 mld (meno del 10% di tutta il gettito nazionale), ma guadagneremmo molto di più quando sui giornali di tutto il mondo usciranno articoli titolanti “South of Italy, no-tax area”. L’economia accelererebbe e per via indiretta anche le entrate dello stato (con l’aumento delle gettito per imposte dirette) che potrebbe così, magari, ripianare il debito pubblico.